Papaveri e papere

Il mio vicino di casa ha acquistato delle papere. Da subito sono stata coinvolta nel tentativo d’acquisto ma il sol pensiero di non potermene occupare (essendo, ahimè, tutto il giorno al lavoro) ed i suggerimenti della saggia Antonellina circa la vita di animali da cortile mi hanno fatto un po’ desistere. E il mio vicino però le ha prese lo stesso, per accontentare sua figlia.

la dolce Mina vicino le paperelle

In Italia è famoso l’accostamento “papaveri e papere” per il titolo di una canzone di Nilla Pizzi (“lo sai che i papaveri son alti alti alti e tu sei piccolina e tu sei piccolinaaaaa… sei nata paperina, che cosa ci vuoi far”), che tra l’altro mi cantava mio padre quand’ero bambina e scorrazzavo felice per i campi pieni di papaveri e fiordalisi (quando questi ultimi erano ancora spontanei) tra le spighe di grano.

I papaveri mi piacevano tanto quando ero bambina, recentemente ho avuto un rinnovato interesse per alcuni tipi di papaveri bianchi, gialli e viola coltivati per le bordure dei giardini, visti in un catalogo di sementi per corrispondenza, ma non li ho acquistati perché penso sia un fiore che dura poco ed i suoi petali sono troppo delicati.

Ma a proposito di petali… ho scoperto che dai petali del papavero si ricava un ottimo sciroppo, buono sia d’inverno per mal di gola e raffreddamento, bronchite e angina, sia per utilizzarlo nei dolci.

Questo weekend, tempo permettendo (previsioni: pioggia a go-go, ma le mie piante sono felici ed io, pur di non sopportare il caldo forte, mi accontento), raccoglierò un po’ di fiori e mi accingerò alla preparazione.
Per ora, la ricetta:

Sciroppo di papavero

Ingredienti:
un sacchetto di carta colmo di petali (peso: 200 grammi circa)
mezzo litro d’acqua
zucchero di canna

Portare l’acqua ad ebollizione e, quando bolle, versarvi i petali di papavero, che si scioglieranno come neve al sole a contatto con l’acqua bollente.
Girare piano e bene affinché tutti i petali vengano a contatto con l’acqua.
Spegnere il gas, coprire la pentola con un coperchio e lasciare in infusione per dieci minuti.
Filtrare e premere bene i petali nel colino per raccogliere la maggior parte del succo e di sapore e di… colore!
Pesare il liquido ottenuto e versarvi la stessa quantità di zucchero.
Rimettere sul fornello a fuoco basso e, al primo bollore, spegnere il fuoco e versare il liquido nei vasetti (o bottiglie) precedentemente sterilizzati (bollendoli).
Chiudere immediatamente il coperchio (sterilizzazione a caldo) e conservare per un’ora circa in uno strofinaccio di spugna di modo da non creare troppo contrasto tra il calore del liquido e la temperatura esterna, il che potrebbe far scoppiare le bottiglie.

papaveri da vicino

Questo sciroppo sarà ottimo per “condire” dei dolci (utilizzandolo come bagna, ad esempio, per il pan di spagna), per aromatizzare yogurt o da mangiare insieme ai formaggi in alternativa alla marmellata o al miele… e infine, per colorare naturalmente una crema o il riso al latte :)

Fulmini & polpette, le buone pratiche per una dieta amica del clima

Stavolta un post pro-Slow Food, con un regalo :)

Riporto testualmente quanto indicato nell’articolo sul sito Slow Food:

A partire dai comportamenti individuali e dalle scelte alimentari quotidiane, ognuno di noi può incidere in maniera positiva o negativa sull’ambiente. Non importa, infatti, quale sia il nostro mestiere o quali siano le nostre competenze. Il cibo è un elemento che accomuna tutti e le scelte che riguardano la nostra alimentazione sono lo strumento per ottenere buoni risultati sul breve periodo. Nelle prossime pagine proveremo a dare alcune indicazioni su come modificare le abitudini a tavola dalla spesa alla cucina: 10 consigli per contribuire a mitigare i cambiamenti climatici in atto.

Clicca qui per scaricare

Salvia / Sage

La salvia nell’orto delle bambole
Sage in the dolls’ garden

Il genere Salvia comprende diverse specie di piante odorose appartenenti alla famiglia delle Lamiacee, la stessa famiglia del timo e della menta.
In cucina è considerata una spezia.

La specie più nota e maggiormente utilizzata in cucina è la Salvia Officinalis, una pianta a portamento cespuglioso, con fusto molto ramificato e foglie picciolate di color grigio-verde, ricche di oli essenziali che le conferiscono l’aroma caratteristico. I fiori sono ermafroditi, di colore violetto, e sbocciano in primavera.
Altre specie hanno applicazione nell’alimentazione o in erboristeria. Alcune specie, come la Salvia divinorum, contengono sostanze allucinogene (il Salvinorin, il più potente allucinogeno conosciuto in natura).
Molte specie hanno usi ornamentali: tra queste, la più nota è la Salvia splendens, anche se la stessa Salvia officinalis trova impiego per scopo ornamentale.

I principi attivi della salvia sono:
- olio essenziale, che contiene tujone, cineolo, borneolo, linalolo, beta-terpineolo e beta-cariofillene, con proprietà antisettiche;
- la salvina e la picrosalvina, principi amari che agiscono sull’apparato gastro-intestinale;
- l’acido carnosico, diterpene antiossidante ed anti-infiammatorio;
- triterpeni come amirina, betulina, acido crategolico ed acido 3-idrossi-ursolico;
- acidi fenolici, acido caffeico, acido rosmarinico, acido clorogenico ed acido ferulico, che stimolano la cistifellea;
- flavonoidi, luteolina, salvigenina, genkwanina, cirsimaritina ed ispidulina, con azione antiossidante ed estrogenica.

La salvia ha diverse proprietà farmacologiche che sono state sfruttate nei secoli:
- amaro-tonica
- antisettica
- digestiva
- diuretica
- balsamica
- emmenagoga
- spasmolitica
- coleretica
- ipoglicemica
- estrogenica
- trofica per il surrene.

La Salvia splendens e la Salvia miltiorrhiza, tra i principi attivi, producono dei composti molto interessanti:
- l’acido litospermico, risultato inibitore di alcune tirosina chinasi e della proteina chinasi calcio-fosfolipide dipendente (PKC);
- il rosmadiale, altro inibitore della PKC;
- il miltirone, un orto-benzochinone con azione antitumorale;
- l’hassanano, un diterpene-dione che blocca la lipossigenasi, responsabile della sintesi dei leucotrieni (infiammazione ed asma);
- il nortanshinone, che è antinfiammatorio perché inibisce la ciclo-ossigenasi, il bersaglio molecolare dell’aspirina.

Raccolta e conservazione
Le foglie vanno raccolte tra maggio e giugno, prima o all’inizio della fioritura. Si utilizzano anche le sommità florali che vanno raccolte all’inizio della fioritura.
Per l’utilizzo quotidiano in cucina le foglie possono essere raccolte tra la primavera e l’autunno. Le migliori sono quelle delle cime e non devono essere lavate bensì strofinate con un panno umido.
Le foglie ed i fiori si fanno essiccare all’ombra e si conservano in sacchetti di carta o di tela.

Pianta di salvia nell’orto delle bambole
Plant of sage in the dolls’ garden

Uso in cucina
In tutti i paesi europei la salvia è una delle spezie maggiormente utilizzate in cucina come aromatizzante di carni, pesce, minestre e verdure.
In Italia sono famosi solo i “ravioli burro e salvia” e le “foglie di salvia fritte”.
Ma ci sono tantissime ricette da provare!

Curiosità
Questa pianta era conosciuta sin dai tempi più antichi: gli egiziani, i romani e nel Medioevo era considerata un’erba capace di guarire ogni male.
La Scuola Medica Salernitana, una delle più famose del Medioevo, depositaria della conoscenza medica dell’antichità, aveva dato a questa pianta il nome di Salvia salvatrix (“salvia che salva”).
Ancor oggi questa scuola è ricordata nel sigillo dell’Università degli Studi di Salerno, che è quello dell’Antica Scuola Medica Salernitana, raffigurante al centro la figura di San Matteo con accanto San Cosma  e San Damiano.

Un’antica leggenda francese racconta la storia di quattro ladri che, nel 1630, quando la peste colpì tutta l’Europa, saccheggiavano le case degli appestati senza mai contrarre la malattia. Quando furono finalmente presi e condannati a morte ebbero salva la vita perché rivelarono il segreto della loro immunità: si cospargevano il corpo con un aceto da loro inventato formato da salvia, rosmarino, timo e lavanda, quattro piante note per le loro proprietà antisettiche ed antibatteriche. Nacque così l’”aceto dei quattro ladri” che veniva molto usato come antibiotico naturale in caso di infezioni ed epidemie.

Un’antica leggenda cristiana racconta invece perché a questa pianta venissero attribuite qualità terapeutiche: i suoi fiori erano stati il giaciglio di Gesù bambino nelle soste della Sacra Famiglia durante la sua fuga in Egitto.

***

Biscotti alla salvia
Ingredienti:
500 grammi  di farina 00
una bustina di lievito per torte salate
un mazzetto di salvia
un cucchiaino di sale
un bicchiere di latte
150 grammi di burro

In una ciotola mescolare la farina, il lievito, le foglie di salvia sminuzzate, il sale ed il burro sciolto, poi aggiungere il latte a filo e mescolare tutti gli ingredienti.
Lavorare bene il composto e poi stendere su un piano una sfoglia spessa circa un centimetro, quindi ritagliare con i tagliapasta i biscotti alla salvia e porli su una teglia imburrata.
Cuocere in forno per circa 10 minuti a 190°, lasciar raffreddare i biscotti e servirli.

***

Biscotti zucca e salvia
Ingredienti:
due tazze di farina 00 (più farina per agevolare l’impasto)
un cucchiaio di zucchero di canna
due cucchiaini e mezzo di lievito in polvere (per torte salate)
un cucchiaino e mezzo di sale marino fino 
10-12 foglie di salvia fresca, tritate finemente
6 cucchiai di burro, freddo e tagliato a cubetti
1/3 di tazza di latte fresco o se si preferisce panna liquida, fredda e senza grumi/grasso
3/4 di tazza di purea di zucca
un cucchiaio di burro fuso

Preriscaldare il forno a 200° circa. Rivestire una teglia con carta da forno.
Nel mixer (o nel Bimby) mischiare la farina, lo zucchero, il lievito ed il sale. Impastare e nel mentre aggiungere la salvia tritata. Aggiungere i cubetti di burro freddo finché non si ottiene un impasto denso ma senza grumi, solo con alcuni pezzettini di burro ancora visibili.
In una ciotola mischiare la panna e la purea di zucca. Aggiungere l’impasto dal mixer e mischiare fino a creare un impasto unico. Se è troppo umido, aggiungere un altro po’ di farina.

Porre l’impasto su una superficie infarinata e dargli forma di cerchio di circa 1 cm. di spessore. Usando uno stampino per dolci creare i biscotti e trasferirli sulla teglia. Riformare l’impasto e creare nuovi biscotti finché l’impasto non finisce.

Cuocere i biscotti per 10 minuti; rimuovere dal forno e spennellare con il burro fuso. Rimettere in forno per altri due minuti finché non sono leggermente dorati.

Si conservano in un contenitore, preferibilmente a chiusura ermetica, per due giorni, oppure si può anche conservare l’impasto in una pellicola trasparente e conservarla in frigo per una notte, e preparare i biscotti il giorno dopo.

Dosi per una dozzina di biscotti. 

***

Crema di cipolle e salvia (ricetta tradotta da me)
Ingredienti:

24 cipollotti
10 funghi freschi a fettine
4 cucchiai di burro
2 cucchiai di farina 00
2 tazze di latte intero
un cucchiaino di sale
2 cucchiaini di salvia tritata
2 cucchiaini di buccia di limone
2 cucchiaini di succo di limone
4 cucchiai di prezzemolo fresco tritato
2 pizzichi di paprika/peperoncino

Pelare le cipolle togliendo cima e fondo. Bollirle in acqua salata fino a che non diventano tenere (circa 30 minuti).
Preriscaldare il forno a 175°, imburrare una teglia.
Saltare i funghi a fettine in burro o margarina. Versare la farina e girare, versando poco alla volta il latte, il sale, la salvia, metà della buccia di limone e tutto il succo di limone. Cuocere, girando spesso su fuoco medio finché la salsa non diventa densa.
Porre le cipolle cotte nella teglia imburrata di cui sopra e versarvi sopra la salsa di funghi appena preparata.
Cuocere in forno a 175° per circa 20 minuti.
Cospargere di prezzemolo tritato, con la restante buccia di limone e la paprika o il peperoncino se piace.

***

Marmellata di salvia (ricetta mia :D )
Ingredienti:
10 mele Golden o Granny Smith (vanno bene anche le renette ma è un peccato “sprecarle” così!)

20 foglie di salvia (o più se vi piace l’aroma)
miele, q.b. (io ho usato quello di limone dalla Sicilia)
100 grammi di zucchero di canna
acqua
2 limoni
succo di limone
buccia di limone
semi di anice, finocchio, anice stellato, chiodi di garofano o cannella (opzionali)

Tagliare le mele a pezzetti, lasciando la buccia (che funge da pectina), se preferite una marmellata con i pezzettoni. Se no, tritare tutto (utilizzando il Bimby, 40 secondi velocità 5 va più che bene).
In una pentola capiente versare i pezzetti di mela (o la purea), le foglie di salvia sminuzzate, due cucchiai di miele (o q.b. secondo le vostre preferenze), lo zucchero, la polpa dei due limoni a pezzetti (se ritenete potete frullare anche questi, ma a me piace sentire i pezzetti di limone!), il succo di un limone e la buccia di un limone tritata.
Se piace, aggiungere le spezie.

Aggiungere un po’ d’acqua (una o due dita) e cuocere a fiamma media per dieci minuti e poi a fiamma bassa rimestando spesso perché non si attacchi finché non si rapprende e diventa densa.

***

cotolette di salvia in cottura
sage leaves’ while frying

Cotolette di salvia
Mi piace chiamare così questa ricetta, che mia madre sostiene avere origini ebraiche. In realtà si tratta semplicemente di foglie di salvia fritte, ma le foglie del mio cespuglio sono così grandi che sembrano… cotolette! Rigorosamente vegan :)

La mia ricetta è un po’ particolare, ciò che conta è dosare bene gli ingredienti.
Ingredienti:
una bottiglia di birra da 33 cl., preferibilmente bionda
sale aromatizzato (mia ricetta)
un uovo
farina q.b.
foglie di salvia
olio di semi di girasole (per la frittura)

Prima di procedere con la ricetta delle “cotolette di salvia” vi indico la ricetta del  mio sale aromatizzato (che faccio con il Bimby per comodità ma penso con il mixer o forse anche con il minipimer verrà benissimo): mezzo kg. di sale marino grosso, semi di finocchio, aglio disidratato (potete tranquillamente prepararlo voi mettendo su una teglia da forno della carta da forno e gli spicchi di aglio un po’ secchi che solitamente buttereste, togliendo naturalmente le parti scure e troppo “andate”… 10-20 minuti in forno ventilato a 190°, poi tritare tutto et voilà), un pizzico di pepe nero grattugiato al momento.

In una ciotola versare la birra, aggiungere la farina finché non si ottiene un composto senza grumi, denso ma non troppo liquido (in tal caso vale la regola di aggiungere più farina, se invece fosse troppo denso/asciutto basta aggiungere altro liquido, io aggiungerei comunque birra per non rovinare il composto). Aggiungere il sale aromatizzato e continuare ad amalgamare.
In una padella mettere due dita d’olio e lasciar riscaldare a fuoco vivace. Immergere le foglie di salvia interamente nella pastella e metterle nell’olio bollente, senza muoverle. Quando avranno fatto la crosticina si possono girare.
Lasciar asciugare su carta assorbente per togliere l’olio in eccesso.
Non salare, mangiare calde.

Queste cotolette possono anche essere mangiate come secondo spruzzando un po’ d’aceto di mele e anche utilizzate per una variante di parmigiana, al posto delle melanzane e delle zucchine.

“cotolette” di salvia
“sage steak”

Variante: su un sito canadese (qui) leggo che si può preparare la pastella anche con pasta di acciughe e peperoncino. Ovviamente a base d’acqua e omettendo la birra e il sale aromatizzato. Non l’ho ancora provata (ci metterei comunque le acciughe da vasetto, non la pasta…) ma potrebbe piacermi… vi terrò aggiornati ;-)

***

Pesto di salvia
Ingredienti:

una decina di foglie grandi di salvia
20 grammi di pecorino romano
20 grammi di Parmigiano Reggiano
un limone non trattato
20 grammi di mandorle pelate
8 pomodorini (facoltativi)
olio evo
sale marino fino

Lavare le foglie di salvia ed asciugarle (con carta assorbente da cucina, io utilizzo il solito e unico asciugamano “da salvia”, di lino bianco, di un corredo lontano, sarà della decade 1910-1920, all’epoca il cotone era diverso… asciuga benissimo e si lava ancor meglio, van via tutte le macchie, e asciuga in un batter d’occhio.. meglio di così!).
Grattugiare metà della scorza del limone e tenerla da parte.
Far scaldare l’acqua, salarla e, appena bolle, mettere a cuocere la pasta.
Riunire in un mixer (o nel Bimby) le foglie di salvia con le mandorle, il parmigiano ed il pecorino a pezzetti, un pizzico di sale, il succo di mezzo limone e quattro cucchiai d’olio.

Frullare tutti gli ingredienti e trasferire il pesto in una ciotola, aggiungere la scorza grattugiata del limone e mettere da parte.
Se piacciono i pomodorini, lavarli e tagliarli ognuno in quattro spicchi.
Prelevare un mestolino dell’acqua di cottura, aggiungerlo al pesto di salvia e mescolare per amalgamarlo. Scolare la pasta al dente e condirla subito con il pesto ed i pomodorini.

Yum! :)

***

Il ripieno “americano” del tacchino del ringraziamento
Anche se siamo in Italia sono una fan accanita delle tradizioni del mondo anglosassone, e mi piace l’idea del “ringraziamento” per i frutti che la natura ci dona. Così da qualche anno festeggio anche io il Thanksgiving Day… oddio, parlarne a giugno è un po’ strano, visto che si festeggia a novembre, però parlando di salvia mi è venuta in mente questa ricetta che ho trovato su un ricettario americano e che viene chiamata “ricetta della nonna del ripieno per il tacchino”.
Rispetto alle ricette moderne, alla Martha Stewart per intenderci (senza nulla togliere a sua maestà Martha, ça va sans dire!), questa è veramente una ricetta “da contadini” e che penso possa essere sfruttata in tante occasioni, non solo come ripieno per il tacchino… penso alle scaloppine, agli involtini di carne (a Bari chiamati “braciole”, che qui in Lombardia invece sono le costate… che mondo strano eh!), anche ad una frittata e persino alle crêpes cotte al forno con questo ripieno, solo un po’ più “besciamelloso”…

Ingredienti:
da 6 a 8 fette di pane duro, spezzettato

latte
due uova
sale e pepe per condire
un cucchiaio di salvia tritata (o più se vi piace il suo aroma)
1/3 di tazza di sedano a pezzettini
1/3 di tazza di cipolla affettata
una tazza di brodo di pollo o di brodo Bimby

Ammorbidire il pane con il latte (non metterlo a bagno però!), strizzarlo.
Battere le uova con i condimenti ed aggiungere il pane, il sedano e la cipolla.
Aggiungere il brodo finché non raggiunge la densità desiderata.
Utilizzarlo come ripieno (ad es. del tacchino) e cuocere in forno 35-40 minuti a 180°.
La cottura termina quando, inserendo un coltello al centro del tacchino, riemerge pulito.

***

 

Gelsi / Mulberry

“Come al nome di Tisbe
aperse il ciglio
Piramo in su la morte, e
riguardolla,
allor che ‘l gelso
diventò
vermiglio [...]“
Dante Alighieri, Purgatorio, XXVII, vv. 37-42

Questa è la stagione dei gelsi, che comunque per quanto mi riguarda sono arrivati abbastanza inaspettatamente, perché mi cullavo che fosse presto, dopo tutte le piogge e il tempo simil-invernale dell’ultimo periodo da queste parti.

Poi Zizi, con la sua solita dolcezza, mi ha avvisato due sere fa che aveva cominciato a raccogliere dei gelsi dall’albero che cresce ai margini del suo giardino… che non erano tanti, ma stavano cominciando a maturare. Ho chiesto di guardare l’albero e mi sono accorta che era in una posizione piuttosto ombreggiata, e la mia mente è subito corsa agli altri due alberi che conosco, ai margini del bosco di casa, stavolta, da cui l’anno scorso ho raccolto ottimi frutti che si sono trasformati in una marmellata scomparsa nel giro di pochi giorni per i soliti golosastri che gironzolano tra queste lande, e in una salsa per una torta alla crema tipo strudel. Ho subito pensato che quegli alberi sono al centro di un campo, quindi sicuramente più colpiti dal sole, e di conseguenza sarebbero stati maturi.
Io e Zizi ci siamo precipitate nel bosco e con una corsa tipo “Lost” tra carpini, castagni, “sanguinelli”, puntute robinie e rovi malefici, per non parlare di ortiche e fragole “matte”, siamo giunte sotto gli alberi…
Il terreno era già tutto ricoperto dai frutti caduti e al nostro avvicinarsi c’è stato un rumore tra le fronde: delle tortore che si stavano cibando della dolce bontà.

Mi sono messa subito all’opera e ho raccolto sia i frutti bianchi che i frutti neri.
Ritorna prepotente ogni anno il desiderio di conoscenza etimologica, dato che in Puglia – e penso nel sud Italia in generale – i frutti vengono chiamati normalmente “gelsi” mentre da quando sono qui nel nord i frutti si chiamano “more di gelso nero/bianco” per distinguerle, penso, dalle “more di rovo” (che noi chiamiamo tout simplement “more”).

Sul dizionario etimologico online si legge:

ma, perché c’è un “ma”, il sicomoro non è né il gelso né il rovo (“albero” della mora).

Allora mi dico, cerchiamo “mora”:

 

e quindi è vero, correttamente dovrebbe essere “mora del gelso”, in quanto “frutto del gelso,  che i latini dissero mórum dal greco móron, donde alcuno pretende derivato  il nome di “Morèa” dato al Peloponneso, abbondante di cotali specie di piante”.

Il Morus Nigra L. o moro nero è un albero caducifoglio della famiglia delle Moracee, insieme ad altri gelsi come il gelso bianco, il gelso della Cina ed il gelso o arancio degli Osagi.
Albero alto fino a 8 metri, può raggiungere anche 15-20 metri. Simile al gelso bianco, da lui si differenzia per alcune caratteristiche: la foglia, pubescente nella pagina inferiore e ruvida nella pagina superiore, cuoriforme alla base, ed il frutto, costituito da piccole bacche carnose, che assumono a maturità un colore rosso-violaceo ed un sapore dolce. Le foglie presentano il margine dentato, e la chioma è caratterizzata da rami robusti e grossolani.

Nell’Europa meridionale veniva ampiamente coltivato per la produzione dei frutti: oggi invece è maggiormente utilizzato come albero ornamentale ed i pochi alberi che esistono sono secolari.

In Sicilia (penso in tutta l’Italia meridionale) il frutto del gelso è utilizzato sia come frutta da tavola che come componente di dolci e guarnizioni. Famosa è la granita di gelsi.

Il frutto edibile è quasi nero, quando matura, composto da tante piccole drupe; è molto profumato ed il suo sapore è simile al gelso rosso (Morus rubra), che cresce solo vicino l’Ontario in Canada ed è una specie in via di estinzione, e diverso da quello del gelso bianco (Morus alba).
Quest’ultimo è un albero anch’esso della famiglia delle Moraceae originario della Cina ed introdotto in Europa verso il XV secolo principalmente per la bachicoltura.
È una specie poco longeva, ad accrescimento rapido, che può raggiungere un’altezza di 15-20 metri. Le foglie sono intere, semplici, cordate alla base ed acuminate all’apice con margine dentato. Talvolta le foglie possono essere lobate (con tre lobi). La pagina inferiore delle foglie è glabra, la fillotassi è alterna. Il frutto è un sorosio di colore bianco rosato a maturità ed è edule, sebbene (dicano, per me è il contrario!) meno gustoso di quello del gelso nero.

Insieme al gelso nero è utilizzato per la coltura dei bachi da seta.
Una legislazione particolare tendeva alla tutela degli alberi di gelso, prima favorendone l’impianto,  poi vietandone l’abbattimento. Nell’Ottocento in molte regioni italiane era diventata una coltura fondamentale.
La successiva decadenza dell’allevamento del baco da seta, non solo in Italia, ma nell’intera Europa, ha portato anche alla quasi scomparsa di un interesse agricolo, almeno in tali parti del mondo (sigh!).
È interessante che venga utilizzato oggi a scopo ornamentale, sia per il suo portamento che per il colore dorato delle foglie in autunno.
A tal scopo ne sono state selezionate, ad esempio, alcune varietà come Morus alba v. pendula con chioma espansa e rami ricadenti.
Il gelso era anche utilizzato per la costruzione di archi compositi, anche se l’uso a questo scopo pare fosse diffuso prevalentemente in Asia.
In fitoterapia l’estratto meristematico (delle gemme) del gelso viene impiegato come ipoglicemizzante.
Sia il gelso nero che quello bianco sono molto diffusi in Pakistan, Iran, India ed Afghanistan, dove sia l’albero che il frutto sono conosciuti con i nomi, derivati dal persiano, di toot (= gelso) o shatoot (gelso del re o “superiore”). In queste regioni ne fanno marmellate e sorbetti.

Il gelso è un albero tipico del paesaggio brianzolo, un tempo era ampiamente diffuso in quanto le sue foglie sono alimento prelibato delle larve dei bachi da seta. Come spesso accade nelle economie semplici, le more di gelso (altrimenti dette moronimuron in brianzolo) divennero presto un frutto impiegato nella “piccola” gastronomia contadina, sia crude (conditi con succo di limone per modularne il gusto troppo dolciastro e per alcuni stucchevole) che cotte.

frutti di bosco dall’orto delle bambole
berries from the dolls’ garden

Il gelso, il baco, la seta
La lavorazione della seta, come è noto, si sviluppò in Italia nel medioevo sotto influsso del contatto con le civiltà orientali, prima a Palermo e poi a Lucca e Venezia.
Probabilmente la lavorazione dei filati si diffuse prima della bachicoltura: anzi, la bachicoltura (e la conseguente coltivazione del gelso) fu imposta per legge, per sostenere le esigenze produttive e ridurre l’importazione.
In Lombardia la lavorazione su larga scala fu importata a Milano da Filippo Maria Visconti che chiamò da Firenze una colonia di maestri tessitori e tintori.
Già nel 1471 Galeazzo Maria Sforza impose nella campagna milanese la piantagione di 5 gelsi su ogni 10 pertiche di terreno, per promuovere appunto la bachicoltura.
Il maggiore impulso fu dato però da Ludovico Sforza, che favorì l’espandersi della coltura del gelso in tutto il Ducato, comprendente a quei tempi anche l’alto Lario ed il Canton Ticino.
La passione di Ludovico fu tale che la mora di gelso entrò addirittura nel suo stemma gentilizio, oltre che nel suo soprannome (Ludovico il Moro).

La coltura del gelso e la lavorazione della seta continuarono nei secoli successivi più a Nord, soprattutto in Brianza e a Como, per l’ampia disponibilità di corsi d’acqua necessari a muovere le prime macchine.

***

Per quanto riguarda le ricette con i gelsi, oltre naturalmente a sciroppi, succhi, marmellata e gelatina, si possono sfruttare in mille altri modi!

More di gelso cotte
Ingredienti:
more di gelso: 500 grammi

succo di 4 limoni (100 grammi)
tre cucchiai di zucchero 

Mettere le more in un tegame di terracotta.
Portarle ad ebollizione, rimescolando con un cucchiaio di legno (attenzione! le more macchiano… il mio consiglio è di utilizzare un cucchiaio che destinerete “al gelso”… io ho fatto così e ogni anno utilizzo sempre il mio cucchiaio (ormai) viola! :D ).
Versare lo zucchero ed il succo di limone.
Versare in una zuppiera e coprire affinché facciano un po’ di sugo.
Mettere al fresco e servire.

Difficoltà: facile
Tempo di esecuzione: 20 minuti
Tecnica di cottura: lessatura
Stagionalità: estate
Utensili: tegame di terracotta, cucchiaio di legno, zuppiera 

Variante: invece delle more scure si possono utilizzare le more bianche, che hanno un sapore (dicono) più insipido, io trovo invece che abbiano un sentore di rosa.
Le more di gelso cotte si servono con gallette, fette di dolci induriti, biscottini.
Il vino di accompagnamento deve essere liquoroso: Moscato secco o dry dell’Oltrepò o San Martino della Battaglia. 

Delle due varietà note (Morus AlbaMorus nigra) dicono che quest’ultima sia la più adatta agli usi gastronomici, essendo meno dolciastra, più succosa e acida.
Il suo colore rosso scuro è dovuto al peculiare contenuto in sostanze fenoliche della categoria degli antociani (che tanto bene fanno alle vene, ai capillari, a chi soffre di teleangectasie, e per la vista… e tante altre cose ancora).
Come tutte le more ed i frutti di bosco è molto ricca di vitamina C e vitamine del gruppo B.
La sua maturazione è rapida, per cui l’uso migliore è la preparazione di confetture e sciroppi.

Ormai scomparsa (essendo abbandonata la coltura del gelso) dagli usi gastronomici, non viene praticamente più commercializzata: solo a Napoli rimane traccia  della tradizionale vendita delle more di gelso adagiate nelle foglie, per mantenerle fragranti e profumate, accompagnata dal grido musicale del gelsaio.

Utilizzi medicinali
La carie dentale: la corteccia della radice di Morus Alba viene utilizzata dalla medicina tradizionale dei paesi asiatici per la sua spiccata attività antibatterica e contro i microrganismi che causano intossicazioni alimentari.
In ambito di ricerca, il composto Albanol A, isolato dalla corteccia (estratto della radice di Morus Alba) può essere un composto promettente per sviluppare un farmaco efficace per il trattamento della leucemia. Un estratto della radice ha mostrato un’attività adattogena, indicando la sua possibile utilità clinica come agente antistress.
Un estratto della pianta ha parzialmente inibito l’attività coagulante e ha completamente abolito la degradazione di una catena α di fibrinogeno umano. Pertanto, l’estratto elabora il potente veleno di vipera e si sta studiando un suo possibile utilizzo come antiveleno.

Un racconto eziologico babilonese, che fu poi inglobato nella mitologia greco e romana, attribuisce il color rosso porpora del gelso alla tragica morte di Piramo e Tisbe.
White Mulberry Tree (= “l’albero di gelso bianco”) è il titolo di un capitolo fondamentale del romanzo O Pioneers! di Willa Cather del 1913, in cui due amanti clandestini vengono uccisi, anche questo riferimento alla storia di Piramo e Tisbe.

Racconta Plinio che i frutti acerbi del gelso nero, portati addosso, arrestavano le emorragie, mentre quelli maturi davano un medicamento, l’arteriace: preparato con miele, agresto secco, mirra e zafferano, combatteva mal di gola e disturbi di stomaco.
Le more nere sono impiegate in Sicilia per preparare un gelato ed un liquore, oltre che una marmellata, tipica anche delle Marche, da gustare con dolci e formaggi.
Spulciano antichi ricettari di altre nazioni si trovano ancora preparazioni interessanti: il vino inglese di gelso, uno sciroppo citato nel Calendario di Cordova del 961 da Rabi ibn Zaid al-Usquf, o ancora l’acidulato di more nere, una specialità turca realizzata con frutti acerbi e usata per condire le insalate.
Il Syrupus mori, preparato con succo, zucchero e alcol, era utilizzato per i gargarismi nella farmacopea inglese.
Del resto, un po’ dappertutto le more erano impiegate popolarmente per contrastare le malattie respiratorie, depurare, espellere i vermi, combattere l’insonnia e la cefalea.
Applicate esternamente, curavano afte, ferite, morsi di serpenti ed insetti.
Ampi utilizzi anche nella medicina cinese, per la quale la mora è di natura fresca e di sapore dolce, indicata per le carenze di yin.
La moderna fitoterapia ha confermato parte degli usi.

marmellata di more di gelso dell’orto delle bambole
mulberry jam made with mulberries from the dolls’ garden

Marmellata di more di gelso
Ingredienti:
un kg. e mezzo di more di gelso (nere)

350 grammi di zucchero di canna (Dulcita o Mascobado, io quest’anno ho usato il Dulcita che è più fine e si scioglie meglio, penso sia più indicato per le marmellate)
acqua

Mettere in pentola le more di gelso con due dita d’acqua e lasciar cuocere fino a quando non saranno ben spappolate.
Passarle al setaccio (io ometto questo passaggio perché mi piace sentire i granellini al masticarla) e rimettere il composto nella pentola.
Aggiungere lo zucchero di canna e mescolare.
Rimettere sul fornello fin quando la gelatina sarà filante (se avete passato al setaccio) o la marmellata sarà densa.
Versare la marmellata nei vasetti, far raffreddare, chiudere e riporre la marmellata in luogo fresco, asciutto, e buio. 
Varianti: potete aggiungere buccia di limone tritata fine, oppure polvere di bacche di vaniglia, oppure un pezzettino di stecca di cannella. 

Per una marmellata dal vero sapore mediorientale seguire la loro ricetta, ovvero aggiungere tre foglie commestibili di rosa fragrante o di geranio al limone.

***

Plinio il Vecchio sosteneva che il gelso costituiva una cura contro la diarrea, combatteva i parassiti intestinali e le foglie tritate, con un po’ d’olio, venivano applicate sulle ustioni.

***

Granita di more di gelso
Ingredienti:
un kg. di gelsi
un limone
200 grammi di zucchero semolato

Lavare e asciugare con cura i gelsi e passarli al setaccio (qui è fondamentale).
Preparare uno sciroppo, sciogliendo lo zucchero in 5 dl d’acqua, su fiamma moderata; quindi, spegnere il fuoco e lasciar raffreddare.
Incorporare il preparato alla purea di frutta, aggiungere il succo di limone filtrato e mescolare con cura.
Trasferire il composto ottenuto in un recipiente e metterlo in freezer a solidificare per almeno 8 ore, rimestando di tanto in tanto con una spatola. 

***

Infuso di gelso nero
Ingredienti:
dose per 4 persone
40 grammi di foglie secche di gelso nero

100 cl. d’acqua

Lasciare in infusione le foglie nell’acqua per 15 minuti.
Utile per curare infiammazioni alla gola. 

***

Chutney di more di gelso (ricetta mediorientale, tradotta da me)
Ingredienti:
2 tazze di more di gelso fresche e mature
un cipollotto (io utilizzo lo scalogno)
una piccola mela verde, grattugiata con la buccia
3/4 di tazza di zucchero di canna
3/4 di tazza di aceto di mele
1/2 cucchiaino di zenzero grattugiato
uno spicchio d’aglio
mezzo cucchiaino di sale
1/8-1/4 di semi di peperoncino piccante 

Mettere le more di gelso e lo zucchero in una pentola a fuoco medio. Girare con un cucchiaio per sciogliere lo zucchero.
Aggiungere tutti gli altri ingredienti e portare a bollore, mescolando spesso.
Far bollire il chutney fino a farlo diventare una sorta di marmellata densa, per circa 20 minuti. Continuare a mescolare.
Versare il chutney nei vasetti, far raffreddare e coprire.
Mettere in frigo e aspettare una settimana per far amalgamare i sapori. 

Ottimo per accompagnare i formaggi (soprattutto se stagionati) e sul pane nero (di segale). Ottima anche come accompagnamento, insieme alla salsa all’arancia, per il tacchino o l’anatra.

***

Le more di gelso possono anche essere essiccate, di modo da averle sempre a disposizione (basta farle poi rinvenire con un po’ d’acqua tiepida).
Chi non può, purtroppo, permettersi di farle seccare al sole (anche perché c’è il rischio che si riempiano di insetti essendo molto zuccherine o che sviluppino muffe), è sufficiente che metta le bacche nel forno sulla placca per una giornata, a più riprese, a 60°, voltando ogni bacca ogni ora circa per permettere un’essiccazione più equilibrata da tutti i lati.

raccolta di gelsi e frutti di bosco dell’orto delle bambole




Aceto al sambuco

So di aver già parlato del sambuco ma una ricetta interessante da preparare proprio con gli ultimi fiori, prima che le piogge di questi giorni li facciano irrimediabilmente cadere tutti al suolo, è l’aceto di sambuco.

Elderberry flowers in the dolls’ kitchen

Ingredienti:
un litro di aceto di vino bianco
2 mazzetti di fiori di sambuco
un rametto di salvia
un rametto di maggiorana
un rametto di timo
due rametti di basilico
un peperoncino (facoltativo)

Mettere tutte le erbe ed i fiori di sambuco privi degli steli in un vasetto di vetro; versare l’aceto e chiudere il coperchio.
Lasciare in un posto fresco e buio per una settimana.
Se piace il peperoncino, inserirlo e lasciar riposare per un’altra settimana.
Filtrare.

Ottimo per le insalate e utilizzato come ingrediente per la salsa che condisce l’insalata di patate “nordica”, ovvero patate lesse in una maionese più liquida della normale, il tutto condito con aneto e cipolla cruda a pezzettini. Yum!

 

Ravanelli / Radishes

Il ravanello comune (Raphanus sativus, Linneo, 1753) è una pianta commestibile appartenente alla famiglia delle Brassicaceae.
La famiglia delle Brassicaceae, insieme a quella delle Asteraceae, è una delle più numerose delle Angiosperme, con circa 350 generi e 3000 specie, diffusa principalmente nella fascia temperata e fredda del nostro pianeta. Il genere Raphanus comprende pochissime specie, due delle quali sono presenti spontaneamente sul territorio italiano.
Nelle classificazioni più vecchie la famiglia del genere Raphanus era chiamata anche Crociferae e a volte Cruciferae.
La collocazione di questa specie nell’ambito del genere non mette d’accordo tutti i botanici. In effetti ci sono tre proposte diverse per risolvere questo problema:

1. il genere ha una sola specie, quella definita da Linneo: Raphanus raphanistrum; specie che viene suddivisa in diverse forme sub-specifiche come: sativus, typicus, niger, microcarpus, e altre. In questo caso la specie Raphanus sativus verrebbe chiamata Raphanus raphanistrum var. sativus;

2. per altri botanici il genere ha solo due specie: Raphanus raphanistrum Raphanus sativus;

3. il terzo gruppo di botanici (forse quello più numeroso) organizza il genere in una decina di specie, suddividendole poi in due sezioni:
- raphanistrum: la siliqua presenta delle evidenti strozzature tra un articolo e l’altro (Raphanus raphanistrum);
- euraphanus: la siliqua è più compatta (le strozzature tra un articolo e l’altro sono appena rilevabili), inoltre i semi non si staccano uno dall’altro a maturazione del frutto (Raphanus sativus).

All’interno della sezione Euraphanus e quindi della specie Raphanus sativus sono state definite due varietà (relativamente all’areale europeo) in base al tipo di radice: “tonda” (var. radicula) o “lunga” (var. niger). Questa divisione però è tutt’altro che rigida in quanto individui a radice tonda potrebbero avere nelle generazioni successive discendenti a radice lievemente allungata e viceversa. Tuttavia non si è mai riscontrata una completa mescolanza tra le due varianti, cioè individui con radici rotonde non hanno mai generato discendenti con radici completamente allungate e viceversa. In realtà, ad un’analisi più approfondita si riscontra che le varietà “bianche” (il colore si riferisce alla parte esterna della radice) si presentano con una gamma più ampia nella forma della radice (lunga, semilunga, globoso-allungata o rotonda) mentre le varietà “nere” o “grigie” si presentano tipicamente solo due forme: lunghe o rotonde e non con forme intermedie. Esistono anche delle varietà minori: quella “gialla” a radici ovali o rotonde; quella “rosea”, “rossa” e “violetta” con radici e varie forme come le “bianche”.
Gli orticultori a volte introducono una diversa divisione della specie, più pratica per le loro esigenze:
- ravanelli “di tutti i mesi” a varietà tonde e semilunghe;
- ravanelli “a forzatura” a varietà tonde e semilunghe.
Per “forzatura” si intende una varietà capace di essere pronta all’uso dopo appena 20 giorni dalla semina.
Raphanus sativus è una pianta di origine ignota (forse da qualche ibridazione antica). Da ricerche fatte sembra che all’origine di queste piante ci siano due tipi primordiali diversi: dal primo discenderebbero le radici del Giappone, con probabile origine in Giappone o in Cina; dal secondo discenderebbero le radici europee con probabile origine in Asia Centrale (forse Caucaso).

Il ravanello era coltivato in Europa già in epoca pre-romana. Oggi è coltivato e consumato in tutto il mondo. Alcuni ravanelli sono coltivati per i semi, altri per la produzione di olio dai semi.
La pianta del ravanello si sviluppa dal seme in soli tre giorni.

I ravanelli nell’orto delle bambole poco tempo dopo la semina

Il nome descrittivo, greco, del genere Raphanus significa infatti “che appare velocemente” e fa riferimento alla rapida germinazione della pianta. Raphanistrum, dalla stessa radice greca, è un nome antico che una volta veniva utilizzato per questo genere. Il nome comune ravanello, in inglese radish, deriva dal Latino radix = radice.

Sebbene in epoca romana ed ellenistica il ravanello fosse una coltura ben avviata, il che porta a credere che fosse coltivato sin da epoche precedenti, Zohary e Hopf notano che “non ci sono testimonianze archeologiche disponibili” per determinare una storia precedente e le origini di coltivazione.
Forme selvatiche di ravanello e i suoi “cugini” la senape e la rapa sono diffuse nell’Asia occidentale e in Europa, suggerendo che la coltivazione ebbe inizio in queste zone. Tuttavia, Zohary e Hopf concludono “i suggerimenti sull’origine di queste piante sono basati necessariamente su considerazioni linguistiche”.

I ravanelli crescono nell’orto delle bambole…

I ravanelli crescono meglio in pieno sole e piena luce, in un terreno sabbioso con un pH tra 6.5 e 7. La loro stagione è da aprile a giugno e da ottobre a gennaio nella maggior parte dell’America settentrionale; in Europa e Giappone sono disponibili tutto l’anno grazie alle molteplici varietà coltivate.
In estate maturano rapidamente, con molte varietà che germogliano in 3-7 giorni e raggiungono la piena maturità in tre o quattro settimane. I periodi di raccolta possono essere estesi con semine ripetute, alternate di una o due settimane.
Come con altre radici, la lavorazione del terreno aiuta le radici a crescere meglio.


Ravanelli primaverili o estivi

I ravanelli estivi, cui a volte ci si riferisce come ravanelli “europei” o “primaverili” se piantati quando fa ancora freddo, sono generalmente piccoli e hanno un tempo di coltivazione breve, di tre-quattro settimane:

  • April Cross è un ibrido bianco gigante che va a seme molto lentamente;
  • Bunny Tail è una varietà antica originaria dell’Italia, dove è conosciuta come “Rosso Tondo a Piccola Punta Bianca”;
  • Cherry Belle è una varietà rotonda, rossa e luminosa, dall’interno bianco. Molto diffusa nell’America settentrionale;
  • Champion è rotonda e rossa come la precedente, ma con radici più grosse, fino a 5 cm., ed un sapore più tenue;
  • Red King ha un sapore leggero, con una buona resistenza alla distorsione delle radici, problema derivante dal poco drenaggio del terreno;
  • Sicily Giant o gigante di Sicilia è una grande varietà antica originaria della Sicilia;
  • Snow Belle è una varietà tutta bianca, simile nella forma alla Cherry Belle;
  • White Icicle o semplicemente Icicle è una varietà bianca e a forma di carota, lunga circa 10-12 cm., che risale al XVI secolo. Si taglia a fette facilmente, ed è molto resistente al deperimento cellulare;
  • French Breakfast è una varietà rossa e allungata, e alla fine della radice diventa bianca. Tipicamente è leggermente più blanda delle altre varietà estive, ma è fra le più veloci ad ingrossare.
  • Plum Purple è un ravanello fuxia-porpora che tende a rimanere croccante più a lungo della media;
  • Gala Roodbol sono due varietà popolare in Olanda e mangiate a colazione, a fette sottili sul pane imburrato;
  • Easter Egg non è una varietà unica in realtà, ma un insieme di varietà  di diversi colori, che tipicamente includono il bianco, il rosa, il rosso e il porpora. Si possono trovare al mercato o si possono trovare in giro i pacchetti di semi con questo nome e i semi in mix possono essere piantati tutti insieme maturando però in tempi diversi.
Varietà d’inverno
Black Spanish Black Spanish Round si trovano sia nella forma tonda che in quella allungata, e a volte vengono chiamati semplicemente i ravanelli neri oppure conosciuti con il nome francese Gros Noir d’Hiver. Sono originari dell’Europa e risalgono al 1548, ed erano una varietà orticola comune in Inghilterra e Francia intorno ai primi anni del XIX secolo. Hanno una buccia nera e l’interno bianco e molto piccante, sono rotondi o hanno una forma irregolare a pera, e crescono fino a 10 cm. di diametro.
Il Daikon si riferisce ad un’ampia varietà di ravanelli invernali originari dell’Asia. Mentre il nome giapponese daikon è stato adottato in inglese, viene a volte anche chiamato ravanello giapponese, ravanello cinese, ravanello orientale o mooli (in India e Asia meridionale).
Il daikon solitamente ha radici allungate, bianche, sebbene in realtà esistano molte varietà. Una varietà molto conosciuta è la April Cross, dalle radici molto tenere. Il New York Times descrive la Masato Red e la Masato Green come varietà estremamente lunghe, ottime per la semina autunnale e per conservarle lungo l’inverno.
Il daikon Sakurajima è una varietà piccante che cresce solitamente fino a 10 kg. ma può addirittura arrivare a 30 kg. se lasciato nella terra.
Varietà da seme
I semi dei ravanelli crescono in baccelli (in inglese si chiamano siliques, nel senso che hanno un nome più specifico, mentre in italiano “baccelli” è sia per questi semi che, ad esempio, per quelli dei piselli) che seguono la fioritura.
I semi sono commestibili, e a volte vengono utilizzati aggiungendoli alle insalate. Alcune varietà vengono coltivate apposta per i loro semi o per i baccelli, piuttosto che per le radici. Il ravanello Rat-tailed, un’antica varietà europea che si pensa sia nata nell’Asia orientale secoli fa, ha baccelli lunghi e stretti che possono arrivare a 20 cm. Nel XVII secolo i baccelli venivano messi sotto aceto e serviti con la carne. La varietà München Bier fornisce semi speziati che in Germania a volte vengono serviti crudi per accompagnare la birra.
I ravanelli sono ricchi di acido ascorbico, acido folico e potassio. Sono un’ottima fonte di vitamina B6, riboflavina, magnesio, rame e calcio. Una tazza di ravanelli a fette fornisce circa 20 calorie, prevalentemente da carboidrati.
La porzione più comunemente edibile è la radice a forma di rapa, sebbene l’intera pianta sia commestibile e le foglie possano essere utilizzate come verdura. Possono anche essere mangiate come i cavoli.
I bulbi sono solitamente mangiati crudi, ma alcune specie possono essere cotte al vapore. La polpa cruda è croccante e ha un sapore pungente e pepato, determinato dai glucosinolati e dall’enzima mirosinase che si combina, quando lo si mastica, all’isotiocianato di allile, presente anche nella senape, nel rafano e nel wasabi.
I ravanelli vengono utilizzati nelle insalate e in molte altre pietanze europee.
Dai semi della specie Raphanus sativus viene estratto l’olio di semi. I semi dei ravanelli spontanei contiene fino al 48% d’olio e sebbene non adatto per il consumo umano l’olio è una grande fonte di biocarburante.
Il radicchio da semi per olio cresce bene in climi freddi.
Cultura
I cittadini di Oaxaca in Messico celebrano il ravanello in un festival chiamato Noche de los Rábanos, “notte dei ravanelli”, il 23 dicembre come parte dei festeggiamenti natalizi. La gente ricava maschere religiose e popolari dai ravanelli e le mette in mostra nella piazza della città.
Specie simili
La pianta e i fiori di Raphanus sativus possono essere facilmente confusi con quelli del Raphanus raphanistrum. Un semplice metodo per distinguere le due specie è quello di osservare i frutti. Nella siliqua di Raphanus sativus i semi sono molto ravvicinati mentre per il Raphanus raphanistrum i semi sono più distanziati e la siliqua si restringe notevolmente per poi riallargarsi tra un seme ed il successivo assumento una forma più caratteristica (siliqua a strozzature).
Etimologia
Come avrete capito non posso esimermi dal raccontare le origini etimologiche di ogni vocabolo che mi capita a tiro, soprattutto poi se in ambito agricolo-cuciniero :)
Il nome generico (Raphanus) deriva dalla voce greca raphanos (e successivamente dal latino raphanus) che a sua volta è collegata alla radice greca raphys (= rapa) e al persiano antico (!) rafe il cui significato approssimativo è “rapida apparizione” alludendo alla rapida germinazione dei semi di queste piante. Ma la parola raphanos potrebbe avere anche un collegamento ad un’altra radice greca, raphis, il cui significato è “rafide” o “ago”, alludendo in questo caso alla forma sottile ed allungata di alcune radici di queste piante.
Il nome specifico sativus significa invece letteralmente “ciò che è seminato”, indica quindi una pianta seminata e coltivata dall’uomo.
Il binomio scientifico attualmente accettato (Raphanus sativus) è stato proposto  da Carl von Linné (Rashult, 23 maggio 1707 – Uppsala, 10 gennaio 1778), o Linneo, biologo e scrittore svedese, considerato il padre della moderna classificazione scientifica degli organismi viventi, nella pubblicazione Species Plantarum del 1753.
In tedesco questa pianta si chiama Garten-Rettich, in francese radis cultivé, in inglese garden radish.
Ricette
Tra le ricette meno conosciute in Italia che hanno stupito anche me per l’uso che del ravanello si fa all’estero, soprattutto nei paesi nordici, segnalo come prima la soupe aux fanes de radis, che tradotto sarebbe “zuppa di foglie di ravanello” ma che naturalmente in francese ha un fascino tutto suo, per cui io continuo a chiamarla così anche “in italiano”.
Ovviamente ce ne sono diverse versioni, direi di partire dalla “base” che poi può essere modificata/aromatizzata a piacere.
Soupe aux fanes de radis
Ingredienti:
ravanelli, due mazzetti
una piccola cipolla (io preferisco lo scalogno o un cipollotto)
due patate
sale grosso
pepe
panna fresca
Preparazione:
Separare le foglie dai ravanelli. Eliminare eventuali foglie marce/secche e tagliare le altre a pezzetti in una pentola.
Pelare le patate e tagliare anch’esse a pezzetti e metterle nella pentola.
Aggiungere lo scalogno tagliato a pezzetti.
Riempire d’acqua fino a ricoprire appena le foglie. Aggiungere due pizzichi di sale grosso.

Soupe de fanes de radis – zuppa di foglie di ravanello
L’orto delle bambole in cucina :)

Far cuocere a fiamma media per 20 minuti dall’ebollizione.
In seguito scolare le foglie ma trattenere un po’ d’acqua di cottura. Rimettere tutto in un’altra pentola (aggiungendo un po’ d’acqua o brodo se necessario affinché non sia troppo “secca”). Pepare.
Aggiungere quattro cucchiaini di panna fresca. Girare facendo addensare.
Servire.
Ora, questa è proprio la ricetta “base-base”.
Io vi direi:
- è troppo liquida? aggiungete della farina o della maizena
- è troppo secca? aggiungete dell’acqua o ancora meglio del brodo MA, perché c’è un MA: se aggiungete dell’acqua dovrà essere temperatura ambiente o tiepida, idem il brodo, preferibilmente tiepido.
Se, come me, usate il dado fatto in casa, aggiungete prima un cucchiaino di dado e sopra l’acqua tiepida a cucchiaiate affinché si sciolga.
Mai usare sale grosso quando si aggiunge l’acqua!
- la panna fresca dev’essere invece sempre fredda di frigo, ma questo vale per tutte le preparazioni.
- se il sapore dell’olio d’oliva vi sembra troppo forte potete condire con un ricciolo di burro.
- io ci aggiungo SEMPRE, e dico SEMPRE, la noce moscata.
- per una versione più corposa, al posto dell’acqua si può utilizzare il latte, che va bene anche al posto della panna fresca per una versione più light. Volendo, si può utilizzare anche il latte di soia, o per un sapore ancora più particolare il latte di riso che “addolcisce” il sapore piccante dei ravanelli.
- oltre alle foglie si possono aggiungere due ravanelli tagliati a rondelle. Che possono anche essere utilizzate come decorazione.
Questa zuppa può essere preparata anche con altre verdure come crescione, ortica, biete, erbette… e può essere accompagnata da crostoni al burro con aglio o crescione, o con crostoni con un pezzettino di brie passati velocemente al forno per far sciogliere il formaggio.
Se poi siete dei gran golosoni, nulla vi vieta di sciogliere un po’ di gorgonzola o gorgonzola al mascarpone una volta messa la zuppa nel piatto :)
Ravanelli juste tombées
Il francese juste tombées è femminile, sì perché le fanes ovvero le foglie ovviamente sono femminili, quindi sarebbe più corretto dire “le foglie dei ravanelli appena cadute”, con una traduzione pressoché oscena. Direi quindi “foglie di ravanelli appena appassite”, che forse suona meglio.
Insomma, tagliate le foglie dei ravanelli (q.b.), versatele in una padella antiaderente dove avrete messo dell’olio evo o del burro, quando è appena dorato. Salare a piacere e secondo me pepare è d’obbligo. C’est fini!
Ravanelli con le mele
Ingredienti:
una mela
olive in salamoia sgocciolate a piacere (suggerirei quelle in calce)
4 ravanelli
sale q.b.
pepe q.b.
aceto balsamico (o di mele!)
un cucchiaio di olio evo
Pelare la mela e tagliarla a pezzettini. Pulire, lavare e tagliare i ravanelli. Sgocciolare le olive, denocciolarle e tagliarle.
Mettere il tutto in un’insalatiera condendo con sale, pepe, olio e aceto.
Io aggiungerei: semi di finocchio :)
Ravanelli sott’aceto
Ingredienti:
un mazzetto di ravanelli
aceto (di vino o di mele) 20 cl.
zucchero 50 g. (suggerisco quello bianco di modo da non “colorare”)
due foglie d’alloro, fresche
grani di pepe nero q.b.
un chiodo di garofano
mezzo cucchiaino di sale
Lavare e asciugare i ravanelli, se piace tagliarli a metà. Sistemarli in un barattolo con alloro, pepe e chiodo di garofano (io aggiungerei un pezzettino di stecca di cannella :D ).
In un pentolino portare ad ebollizione l’aceto con lo zucchero ed il sale (sciolto prima in due cucchiai d’acqua tiepida), lasciar bollire per due minuti e poi versare nel barattolo sui ravanelli.
Chiudere e riposare per mezza giornata e poi conservare in frigorifero.
Se piace si può anche aggiungere il peperoncino :)
Consumare entro due mesi.
Ravanelli sott’olio
Ingredienti:
2 kg. di ravanelli
mezzo litro di aceto (di mele o di vino)
tre spicchi d’aglio
un mazzetto di prezzemolo
due peperoncini
sale fino
olio evo
Togliete le estremità ai ravanelli e tagliarli in due se troppo grossi. Non effettuare tagli alla polpa a quelli rimasti interi.
Asciugarli bene.
Versare l’aceto in una pentola con la stessa quantità d’acqua e portare ad ebollizione.
Tuffarvi i ravanelli e lasciarli cuocere per due minuti circa, poi toglierli con una schiumarola (o scolarli con molta attenzione con uno scolapasta/colino).
Preparare un battuto di aglio, prezzemolo e peperoncino.
Sistemare i ravanelli nei barattoli, cospargendo ogni strato con del battuto e versando un po’ d’olio evo prima di proseguire con lo strato seguente.
Quando avete riempito i vasi se necessario livellate l’olio, che copra tutti i ravanelli.
Chiudere bene i vasetti e aspettare almeno due settimane prima di consumare.
Dopo due o tre giorni se necessario rabboccare l’olio.
Io ci metterei anche…
- bacche di coriandolo
- foglie di menta
- grani di pepe rosa (si sposano benissimo con i ravanelli!)
- semi di finocchio e/o una bacca di anice stellato
- un cipollotto fresco/verde
Buon appetito! :)

Sambuco (Elderberry)

Sambucus (elder or elderberry) is a genus of between 5 and 30 species of shrubs or small trees in the moschatel family, Adoxaceae. It was formerly placed in the honeysuckle family, Caprifoliaceae, but was reclassified due to genetic evidence.
This herbaceous plant bear large clusters of small white or cream-colored flowers in late spring, followed by clusters of small black, blue-black, or red berries (rarely yellow or white).
The black-berried elder complex is variously treated as a single species, Sambucus Nigra, found in the warmer parts of Europe and North America. Also called Elder or Black Elder, due to its black berries, is the species most often used medicinally.

Ripe elderberries

The flowers are used to produce elderflower cordial. The French, Austrians and Central Europeans produce eldelflower syrup, commonly made from an extract of elderflower blossoms, which is added to pancake (Palatschinken), mixed instead of blueberries.
In Italy you can find it in the “Bottega Svedese” at Ikea shops, it’s a 500 ml. bottle and suggestions say to dilute the syrup with water (1:6) or use it as a basis for several drinks. Of course, my fantasy would suggest other uses, or even better my experimental behaviour would suggest of homedoing it :)

The elder in Northern Italy blooms after mid-April, even later till early June, in the valleys and in the mountains above 800 m.
The elderflower is to be caught in a place not too exposed to pollution and road, and plants are located preferably at the edge of fields or along waterways. The berries of elderberry are formed later, around August.
The syrup is to be bottled and stored in a cool place (cellar). At the time of use it has to be diluted with fresh water, and after opening the bottle it has to be stored in the fridge.
The elderberry syrup is a great refreshing during the summer heat.
Here are some methods of preparation, which are sure to be subject to further personal interpretations, such as the time of rest. Please note that if there is too much sun and time is lon (more than 3 days) all could go in fermentation, so better check often.

First method
15 flowers, 3 kg. of sugar, 2 lemons, 60 gr. citric acid, 2 liters of water
Let the flowers marinate in the water with lemons cut in half. Remove the flowers and lemons, add sugar and citric acid and mix it all many times, until the sugar is completely dissolved. Let it stand for about 24 hours and then squeeze all the content, after which the syrup is ready to be bottled and stored in a fridge.

Second method
10 flower, 3 kg of sugar, 6 lemons, 50 gr. of citric acid, white wine, 2 liters of water
Boil water with sugar, then let it cool. Add 10 elderflowers, 6 or more peeled lemons, one glass of white wine (I will always prefer Gewürtztraminer!) and 50 gr. of citric acid and mix thoroughly. Let it stand in the sun for 6 days, stirring occasionally. Eventually pass the lemons, pass the liquid and bottle the juice.

Third method
25 flowers, 3 kg of sugar, 9 lemons, apple vinegar, 3 lt. of water
Boil water and let it cool. Add 3 cups of apple cider vinegar and sugar, stirring well so the sugar dissolves. Add the elderflowers, well cleaned, and chopped lemons. Let it stand in the sun for 3 days, stirring occasionally. Squeeze the whole, mix the juice and cook for a few minutes before bottling.

Fourth method
15 flowers, 1.5 kg. sugar, 4 lemons, 1,5 lt. of water, 60 gr of citric acid
Let the elderflowers marinate in a container for 3 days in the sun with lemons and water. Stir every now and then. On the third day squeeze and remove the content, add citric acid and sugar and stir until sugar is dissolved. Bring to boil in a pot and bottle the syrup. As an alternative, you can heat water with sugar and citric acid and stir until they are dissolved, then add the lemons and elderflowers leaving them in the sun for 3 days.

People throughout much of Central, Eastern and Southeastern Europe use a similar method to make a syrup which is diluted with water and used as a drink. Based on this syrup, Fanta markets a soft drink variety called “Shokata” which is sold in 15 countries worldwide. In the US, this French elderflower syrup is used to make elderflower marshmallows.
St. Germain, a French liqueur, is made from elderflowers. Hallands Fläder, a Swedish akvavit, is flavoured with elderflowers.
Also the Italian liqueur Sambuca is flavoured with oil obtained from the elderflower.

Wines, cordials and marmalade have been produced from the berries or flowers. Fruit pies and relishes are produced with berries. In Italy, especially in Piedmont, and Germany, the umbels of the elderberry are batter coated, fried then served as a dessert or a sweet lunch with a sugar and cinnamon topping (a bit like with Robinia Pseudoacacia, commonly known as the Black Locust).

Black elderberry has also been used medicinally for hundred of years. Some preliminary studies demonstrate that elderberry may have a measurable effect in treating the flu.
Incredibly, branches from the Elder are also used to make the Fujara, Koncovka and other uniquely Slovakian flutes.

The elderberry flowers, twigs, branches, seeds and roots contain a cyanide-inducing glycoside (that is, a glycoside which gives rise to cyanide as the metabolism processes it). Ingesting any of these parts in sufficient quantity can cause a toxic build up of cyanide in the body.

I also like elderberry for its meaning in folklore. In some areas, the “elder tree” was supposed to ward off evil influence and give protection from witches, while other beliefs say that witches often congregate under the plant, especially when it is full of fruit.
In some regions, superstition, religious belief, or tradition prohibits the cutting of certain trees for bonfires, most notably in witchcraft customs the elderberry tree; “Elder be ye Lady’s tree, burn it not or cursed ye’ll be” – a rhyme from the Wiccan rede.
If an elder tree was cut down, a spirit known as the Elder Mother would be released and take her revenge. The tree could only safely be cut while chanting a rhyme to the Elder Mother.

The elder grows close to inhabited areas, around the stables, near farms, forests, from the valleys up to the mountains; in higher areas it is gradually replaced by red elderberry.
It is a shrub with woody stems, up to six meters high, especially when it is in bloom: the white flowers, shaped like a large pot, are all facing the outside and give off a scent that is perceived from a long distance. Due to the prolonged blossoming it is easy to find the time for harvesting.
Later the plant, which emits a strong touching scent, develops its second surprise: berries. They are gathered in large corymbs turned to the ground with too much weight and very much appreciated by  birds.
The flowers of the red elderberry are yellow and in compact bunches, hence also its berries, red when ripe, form compact bunches. The leaves of the two elders have the same shape, are divided and pointed. The green part and the bark can cause vomit and abdominal pain, especially if eaten raw.

Gathering and use in cooking
Gather the elder flowers and its ripe fruits, while other parts are not edible. Berries are usually eaten cooked, even if eating a few raw does not create problems. The flowers, freed from the larger stems, are mainly used for syrups, soda pop or herbal tea, but also for pancakes; fresh or dried, they may also be added to bread, or cakes. Their scent is sweet and intense, and vaguely reminds that of pineapple. With ripe berries, having a strong coloring power, you can make jams and juices, biscuits and cakes, but also savoury sauces (for example to accompany game or stuffed pasta), because their flavor is sweet and fruity, not so much acid, you can add apples, pears and quinces.

Possible confusion
The black elder must not be confused with the Sambuculs ebulus, herbaceous plant up to two meters high, toxic in all its parts, which grows in similar places but does not develop woody parts. The ends of the stamens (anthers) inside the flowers are red-pink (and yellow in the black elder) and the corymb, alone, is facing up.

I’ve always been very interested in elderberry since a friend of mine wrote in his blog that, when he was a child, he used to suck the elderberry tiny branches without their bark because their “marrow” was so sweet.
Then I discovered that a typical recipe of the Lombardy region is the so called pan de mei (also written pan de mej), that is “millet bread”. It is linked to an ancient tradition of the city of Milan, which is eating on the day of St. George (April 23rd) this cake, since it’s the appropriate season for elderflowers but also for a tradition: it is said that on St. George’s Day a group of armed men sent by Luchino Visconti won the brigands who roamed the countryside near Milan. People celebrated with the only thing they had, millet bread and cream.

There are several versions, and most of the ones you find on the internet have of course been “modernized”, but as usual I do prefer tradition and the oldest ones, which seem to be original and simpler.

my homemade “pan de mej”

Pan Meino is a cake flavored with elderflower: its name recalls the ingredients that, until the seventeenth century, were commonly used in baking and in making rustic cakes.
Pan Meino is prepared with coarse corn meal, fine-grained corn meal, white flour, butter, elderflower and sugar. Some recipes say to add eggs and vanilla, I didn’t. It has a dark brown color like caramel on the outside surface, while inside it is yellow. Also it is suggested to make a whole cake, I preferred making several little ones. Like various other products of the Lombardy region, the Pan de Mej also includes the use of yeast only in the most recent recipes.

Story
In Milan, it is an ancient tradition celebrating St. George’s Day (April 23rd) preparing the Pan de Mej, which is said to be auspicious for a breeding season. Two are the origins of this tradition.
The first is rooted in the first period of rule by the Visconti in the fourteenth century and said that the captain Visconti (1339-1349) defeated the robbers who then infested the countryside of Milan. At that time the millet was one of the most commonly used grain for bread and basic food of the poorest classes. The farmers celebrated the release of land by the robbers with the good things that were available, that is millet bread and milk cream.
The second reason, however, dates from the nineteenth century.
Saint George, in fact, is the patron not only of armies but also of milkmen: April 23rd in Milan was the very day of the renewal of contracts of milk. For this reason, it was customary dairymen would offer a cup of cream to the entire population. Thus was born the tradition to make sweets to accompany this delicacy.

To produce the Pan Meino, the different ingredients are mixed and kneaded until a homogeneous mixture. The dough is left to leaven and subsequently poured ont a plate having a variable diameter between 10 and 20 cm. and, finally, put in the oven.

Ingredients:

150 grams of coarse cornmeal
150 grams of white flour
150 grams of corn meal, fine-grained
150 grams of butter
100 grams of sugar
3 eggs
2 tbs of fresh milk
1 tbsp elderflower

My preparation:
soften the butter at room temperature (I never use microoven or cook it, it also changes its flavour).
Mix the three flours together, add the eggs (room temperature) and mix together with the sugar, a pinch of salt, warm milk and elderflowers.
Form a ball of dough and put it in a bowl, covered, and let it stay for one hour.
Preheat the oven to 200 degrees, grease the baking sheet and sprinkle with a little flour.
Create some small sandwiches, and place on plate. Sprinkle them with sugar and put in the oven for 30 minutes. You can serve them with a tablespoon of cream.

* * * *


Il Sambuco (elderelderberry in inglese) è un genere di arbusti o piccoli alberi, di cui esistono da 5 a 30 specie, della famiglia delle Adoxaceae. Prima era collocato nella famiglia del caprifoglio, le Caprifoliaceae, ma è stato riclassificato a seguito di una prova genetica.
Questa pianta erbacea produce grossi grappoli di piccoli fiori bianchi o color crema in tarda primavera, seguiti da grappoli di piccoli frutti neri o blu-nero, o rossi (raramente gialli o bianchi).
Il sambuco è trattato come una singola specie, Sambucus Nigra, che si trova nelle aree più calde d’Europa e dell’America Settentrionale. Chiamato il sambuco nero a causa delle sue bacche nere, è anche la specie più spesso utilizzata in medicina.

Bacche mature

I fiori vengono utilizzati per produrre il cordiale di fiori di sambuco. I francesi, gli austriaci e gli abitanti dell’Europa centrale producono lo sciroppo di sambuco, comunemente un estratto di fiori di sambuco, che viene mescolato nel pancake al posto dei mirtilli nella ricetta del Palatschinken.
In Italia si può trovare nella Bottega Svedese nei negozi Ikea, bottiglia da 500 ml.. Viene indicato di diluire lo sciroppo con acqua (1:6) o usarlo come base per diverse bevande. Naturalmente, la mia fantasia suggerisce altri usi, o meglio ancora i miei esperimenti suggeriscono di farlo da soli a casa :)

Il sambuco in Italia fiorisce dalla metà di aprile fino ai primi di giugno, nelle valli e sui monti fino a 800 metri. Va raccolto in luoghi non troppo esposti all’inquinamento stradale, e le piante si trovano preferibilmente ai margini dei campi o lungo i corsi d’acqua. Le bacche si formano più tardi, intorno al mese di agosto.
Lo sciroppo va imbottigliato e conservato in un luogo fresco (cantina). Al momento dell’uso deve essere diluito con acqua fresca, e dopo l’apertura la bottiglia va conservata in frigorifero.
Lo sciroppo di sambuco è un ottimo rinfrescante durante le calde giornate estive.
Qui ci sono alcuni metodi di preparazione, che possono sicuramente essere soggetti ad ulteriori interpretazioni personali, come il tempo della macerazione. Attenzione: se c’è troppo sole e il tempo di macerazione è lungo (più di tre giorni)                                                                                                                                                    il composto potrebbe andare in fermentazione, quindi meglio controllare spesso.

Primo metodo
15 fiori di sambuco (corimbi), 3 kg. di zucchero, 2 limoni, 60 gr. di acido citrico, due litri d’acqua
Lasciar marinare i fiori in acqua con i limoni tagliati a metà. Togliere i fiori ed i limoni, aggiungere zucchero e acido citrico e mescolare il tutto più volte, fino a quando lo zucchero non sia completamente sciolto. Lasciar riposare per circa 24 ore e poi spremere tutto il contenuto; dopodiché lo sciroppo è pronto per essere imbottigliato e conservato in frigorifero.

Secondo metodo
10 fiori di sambuco (corimbi), 3 kg. di zucchero, 6 limoni, 50 gr. di acido citrico, vino bianco, 2 litri d’acqua
Fate bollire l’acqua con lo zucchero, poi lasciatelo raffreddare. Aggiungere 10 fiori di sambuco (corimbi), 6 o più limoni pelati, un bicchiere di vino bianco (io preferisco sempre il Gewürtztraminer!) e 50 gr. di acido citrico e mescolare accuratamente. Lasciate riposare al sole per 6 giorni, mescolando ogni tanto. Alla fine eliminare i limoni, passare il liquido e imbottigliare il succo.

Terzo metodo
25 fiori (corimbi), 3 kg. di zucchero, 9 limoni, aceto di mele, 3 litri d’acqua
Far bollire l’acqua e lasciar raffreddare. Aggiungere 3 tazze di aceto di sidro di mele e zucchero, mescolando bene fino a far sciogliere lo zucchero. Aggiungere i fiori di sambuco, ben puliti, ed i limoni tagliati. Lasciar riposare al sole per 3 giorni, mescolando ogni tanto. Schiacciare il tutto, mescolare, filtrare il succo e fate cuocere per qualche minuto prima di imbottigliare.

Quarto metodo
15 fiori di sambuco (corimbi), 1,5 kg. di zucchero, 4 limoni, 1,5 lt. di acqua, 60 gr. di acido citrico
Lasciate marinare i fiori in un contenitore per 3 giorni al sole con i limoni e l’acqua. Mescolare di tanto in tanto. Il terzo giorno spremere ed estrarre il contenuto, aggiungere acido citrico e zucchero e mescolare finché lo zucchero si è sciolto. Portare ad ebollizione in una pentola e poi imbottigliare lo sciroppo. In alternativa, è possibile riscaldare l’acqua con lo zucchero e l’acido citrico e mescolare fino a quando non sono sciolti, quindi aggiungere i limoni e i fiori di sambuco lasciandoli al sole per 3 giorni.

Gli abitanti di gran parte dell’Europa centrale, orientale e sud-orientale utilizzano un metodo simile per fare uno sciroppo che viene diluito con acqua e usato come bevanda. Sulla base di questo sciroppo, Fanta commercializza un soft drink chiamato “Shokata”, che è venduto in 15 paesi del mondo. Negli Stati Uniti, questo sciroppo di fiori di sambuco francese è usato per fare marshmallows ai fiori di sambuco.
St. Germain, un liquore francese, è composto da fiori di sambuco. Hallands Fläder, un’akvavit svedese, è aromatizzata con fiori di sambuco.
Anche il liquore italiano Sambuca è aromatizzato con l’olio ottenuto dal sambuco.

Sia dalle bacche che dai fiori sono stati prodotti vini, sciroppi e marmellate. Con le bacche si realizzano crostate di frutta e condimenti. In Italia, in particolare in Piemonte, e in Germania, i corimbi del sambuco sono ricoperti di pastella, fritti e poi serviti come dessert o merenda, ricoperti di zucchero e cannella (un po’ come succede con la Robinia pseudoacacia, in inglese nota come Black Locust, che significa locusta nera, indagherò oltre per capire come mai) .

Il sambuco nero è stato anche utilizzato per centinaia di anni in medicina. Alcuni studi preliminari dimostrano che il sambuco può avere un buon effetto nel trattamento dell’influenza.
È incredibile come i rami del sambuco vengano utilizzati anche per realizzare il Fujara, il Koncovka ed altri flauti tipici della Slovenia.

I fiori di sambuco, i rami, i semi e le radici contengono un induttore del cianuro glicoside (cioè, un glucoside che dà origine al cianuro quando il metabolismo lo elabora). L’ingestione di una di queste parti in quantità sufficiente può causare un accumulo tossico del cianuro nell’organismo.

Il sambuco mi piace anche per il suo significato nel folklore. In alcune zone, l’albero del sambuco avrebbe dovuto allontanare il maligno e dare protezione dalle streghe, mentre altre credenze dicono che le streghe spesso si riuniscono sotto la pianta, soprattutto quando è piena di bacche.
In alcune regioni, la superstizione, la fede religiosa, o la tradizione vieta il taglio di alcuni alberi per i falò, in particolare nelle usanze di stregoneria è vietato tagliare l’albero di sambuco;

Elder be ye Lady’s tree, burn it not or cursed ye’ll be

recita il rede della Wicca, ovvero “il sambuco è l’albero della Signora, non bruciarlo o sarai maledetto”.

Se un sambuco fosse tagliato, verrebbe liberato uno spirito noto come la Elder Mother ovvero l’anziana signora/madre, che si vendicherebbe. L’albero poteva essere tagliato tranquillamente solo se si fosse cantata una litania alla Elder Mother.

Il sambuco si diffonde in prossimità di aree abitate, intorno alle stalle, nei pressi di fattorie, boschi, dalle valli fino ai monti, e in zone più alte viene gradualmente sostituito dal sambuco rosso.
Si tratta di un arbusto dai fusti legnosi, alto fino a sei metri, soprattutto quando è in fiore: i fiori bianchi, a forma di ampio vaso, sono tutti rivolti verso l’esterno ed emanano un profumo che si percepisce da lontano. A causa della prolungata fioritura non è difficile individuarlo in tempo per la raccolta.
In seguito la pianta, che emette un forte odore toccante, sviluppa la sua seconda sorpresa: le bacche. Esse sono raccolte in grandi corimbi rivolti verso il basso per il peso eccessivo, molto apprezzate dagli uccelli.
I fiori del sambuco rosso sono gialli ed in grappoli compatti, e quindi anche le sue bacche, rosse a maturazione. Le foglie dei due tipi di sambuco hanno la stessa forma, sono divise ed appuntite. La parte verde e la corteccia possono causare dolore addominale e vomito, soprattutto se consumati crudi.

Raccolta e utilizzo in cucina
Raccogliere i fiori di sambuco ed i suoi frutti maturi, mentre le altre parti non sono commestibili. Le bacche vengono solitamente consumate cotte, anche se mangiarne poche crude non crea grossi problemi. I fiori, liberati dagli steli più grandi, sono utilizzati principalmente per sciroppi, bevande gassate o tisane, ma anche freschi o secchi per le frittelle, e possono anche essere aggiunti al pane o dolci. Il loro profumo è dolce ed intenso, e ricorda vagamente quello dell’ananas. Con le bacche mature, dotate di un forte potere colorante, si possono fare marmellate e succhi di frutta, biscotti e torte, ma anche salse (ad esempio per accompagnare selvaggina o pasta ripiena), perché per il loro sapore dolce e fruttato, non tanto acido, e si possono aggiungere mele, pere e mele cotogne.

Possibile confusione
Il sambuco nero non deve essere confuso con il l’ebbio (Sambuculus ebulus), pianta erbacea fino a due metri di altezza, tossica in tutte le sue parti, che cresce in luoghi simili, ma non sviluppa parti legnose. Le estremità degli stami (antere) all’interno dei fiori sono di colore rosso-rosa (e giallo nel sambuco nero) e il corimbo, da solo, è rivolto verso l’alto.

Sono sempre stato molto interessata al sambuco da quando un mio amico ha scritto nel suo blog che, quando era piccolo, aveva l’abitudine di succhiare i rami di sambuco piccoli senza la loro corteccia perché il loro “midollo” era così dolce.
Poi ho scoperto che una ricetta tipica della regione Lombardia è il cosiddetto pan de mei (scritto anche pan de MEJ), ovvero “pane di miglio”. Essa è legata ad un’antica tradizione della città di Milano, per cui il giorno di San Giorgio (23 aprile) si mangia questa torta, dal momento che è la stagione adatta per i fiori di sambuco, ma anche per la tradizione: si dice che il giorno in cui si festeggia san Giorgio, un gruppo di uomini armati inviati da Luchino Visconti ha sconfitto i briganti che popolavano la campagna milanese. La gente ha celebrato con l’unica cosa che aveva, pane di miglio e panna.

Esistono diverse versioni, e la maggior parte di quelle che trovate su internet sono ovviamente state “modernizzate”, ma come al solito io preferisco la tradizione e le più antiche, che sembrano essere originali e più semplici.

Il Pan Meino è un dolce aromatizzato con fiori di sambuco: il suo nome ricorda gli ingredienti che, fino al XVII secolo, erano comunemente usati nella cottura e nella preparazione delle torte rustiche.
Il Pan Meino viene preparato con farina di mais a grana grossa, farina di mais a grana fine, farina bianca, burro, uova, fiori di sambuco e zucchero. Alcune ricette dicono di aggiungere il lievito e la vaniglia, io non l’ho fatto. Il dolce ha un colore marrone scuro come caramello sulla superficie esterna, mentre all’interno è giallo. Inoltre si suggerisce di fare una torta intera, io ho preferito fare diversi dolcetti piccoli. Come vari altri prodotti della regione Lombardia, il Pan de Mej comprende anche l’uso di lievito solo nelle ricette più recenti.

Storia
A Milano un’antica tradizione celebra il giorno di San Giorgio (23 aprile) la preparazione del Pan de Mej, che si dice sia di buon auspicio per una stagione fiorente. Due sono le origini di questa tradizione.
La prima affonda le sue radici nel primo periodo della dominazione dei Visconti nel XIV secolo e si narra che il capitano Visconti (1339-1349) ha sconfitto i ladri che allora infestavano le campagne di Milano. A quel tempo il miglio era uno dei cereali più comunemente usato per il pane e alimenti di base delle classi più povere. I contadini celebravano la liberazione della terra da parte dei ladri con le cose buone che erano disponibili, cioè pane di miglio e crema di latte.
La seconda, invece, risale al XIX secolo.
San Giorgio, infatti, è il patrono non solo degli eserciti ma anche dei lattai: il 23 aprile a Milano era il giorno del rinnovo dei contratti per la mungitura. Per questo motivo, era consuetudine che i casari offrissero una tazza di panna ai cittadini. Nacque così la tradizione di preparare dolci per accompagnare questa prelibatezza.

il mio “pan de mej”

Per produrre il Pan Meino, i vari ingredienti vengono mescolati ed impastati fino ad ottenere una miscela omogenea. L’impasto viene lasciato riposare/lievitare e successivamente versato su una teglia dal diametro variabile tra 10 e 20 cm. e, infine, messo in forno.

Ingredienti:

150 grammi di farina di mais grossa
150 grammi di farina bianca
150 grammi di farina di mais a grana fine
150 grammi di burro
100 grammi di zucchero
3 uova
2 cucchiai di latte fresco
1 cucchiaio di fiori di sambuco

La mia preparazione:
ammorbidire il burro a temperatura ambiente (non uso mai microonde né lo scaldo sul fornello, cambia anche il suo sapore).
Mescolare insieme le tre farine, aggiungere le uova (temperatura ambiente) e mescolare con lo zucchero, un pizzico di sale, latte caldo e fiori di sambuco.
Formare una palla di impasto e metterlo in una ciotola, coperto, e lasciarlo riposare per un’ora.
Preriscaldare il forno a 200°, ungere la teglia e cospargere con un po ‘di farina.
Creare alcuni piccoli panini e disporli sulla placca. Cospargere con lo zucchero e mettere in forno per 30 minuti. Potete servire con un cucchiaio di panna.